ashtanga yoga

Quando parliamo di Ashtanga Yoga, facciamo riferimento all’antica filosofia yogica oppure ad uno stile di yoga contemporaneo? 

Entrambi!

 

La parola Ashtanga, infatti, può indicare due cose: 

  1. Gli otto limbi descritti da Patañjali nell'antico testo Yoga Sūtra.

  2. Uno stile di Yoga, noto anche come Ashtanga Vinyasa Yoga, diffuso dal maestro Pattabhi Jois (1915-2009)

Patañjali 

Patañjali è considerato il padre dello yoga, colui che ha dato vita alla diffusione dello yoga attraverso Yoga Sūtra, la bibbia dello yoga, permettendo che questa preziosa disciplina fosse tramandata di generazione in generazione.

 

Nonostante su Google venga presentato come filosofo e grande maestro di Yoga del II secolo a.C., i dettagli più importanti circa la biografia di Patañjali sono ancora oggi oggetto di disputa. 

Sono molte le leggende associate a questa figura. Una in particolare racconta che Patañjali fu un anima evoluta che decise di reincarnarsi nel corpo di un essere umano per sperimentare le gioie e i dolori della vita al fine di aiutare l’umanità.

E durante questa sua reincarnazione trovò un metodo per superare le sofferenze degli uomini, che mise per iscritto: Yoga Sūtra.

Il mio maestro di filosofia in India, durante la nostra prima lezione ci chiese:

"Sapete chi è o che cos'è Patañjali?" Che cos'è? 🧐

 

Ci disse, d'accordo anche con il mantra di apertura delle classi di Ashtanga Yoga, che Patañjali è l'incarnazione di un avatar, con in testa 1000 serpenti (1000 modi per raggiungere l'illuminazione) e in una mano una conchiglia (simbolo di allerta) e nell'altra un disco (simbolo dell'ignoranza che intralcia il raggiungimento dell'illuminazione). Nella sua rappresentazione ci sono altri simboli e significati e ti risparmio il disegno che ho fatto durante quella lezione 🙃

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MANTRA DI APERTURA ASHTANGA YOGA

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Mi inchino e onoro i piedi di Loto del Guru supremo, che insegna la conoscenza ed è capace di portarci all'autorealizzazione del Sé e alla felicità suprema, agendo come un medico della giungla capace di farci superare le delusioni create dai veleni del Samsara (esistenza condizionata). Mi inchino a Patañjali, un’incarnazione di Adisesa (il serpente divino), bianco di colore, rappresentato sotto forma di un uomo dalla cinta in su, con mille teste raggianti (nella sua forma del divino serpente Ananta) e con, nelle mani, una spada (discriminazione) e una ruota di fuoco (tempo infinito), e una conchiglia (suono divino primordiale); a lui io mi inchino.

Yoga Sūtra

 Yoga Sūtra (dal sanscrito “Aforismi sullo yoga”) è considerato la Bibbia dello yoga, uno dei più importanti testi dello yoga classico, finalizzato all’evoluzione spirituale e mentale dell’uomo.

 

Dicevamo che Patañjali trovò un metodo per aiutare l'umanità, una via sistematica (sūtra) per unire le conoscenze. Yoga Sūtra infatti è una raccolta di 196 brevi aforismi, ognuno dei quali contiene un enorme significato e guida passo dopo passo il praticante verso una completa conoscenza di se stesso per raggiungere la libertà suprema, l’Unità (yoga). Per comprendere un aforisma, bisogna capire l'ultimo e viceversa.

Non si conosce l’esatta datazione di questa raccolta di aforismi, ma si presume sia stato scritto tra l’anno 0 e il 400 d.C. Tra i testi dell’India antica, è stata l’opera più tradotta durante l’era medievale e, malgrado la grande diffusione che ebbe all’epoca, ne sono state perse le tracce per circa 700 anni (tra il XII e il XIX secolo). E’ stato solo grazie al prezioso lavoro di Swami Vivekananda che è tornato ad essere conosciuto e studiato nel XX secolo.

 

Nei suoi aforismi Patañjali elenca gli Ashtanga (dal sanscrito asht, “otto” e angas, “arti”, “rami”, "braccia", spesso tradotto con “gli otto stadi/limbi”) dello Yoga. Una possibile interpretazione di questi stadi è quella di considerarli come i gradini di una scala che il praticante deve salire per raggiungere, la suprema libertà: Kaivalya. 

Infine, l'opera si divide in 4 parti:

  • Samadhi pada (sulla contemplazione): Patañjali apre il suo testo definendo lo yoga e i movimenti della coscienza. Si rivolge soprattutto a chi è già "spiritualmente evoluto"

  • Sadhana pada (sulla pratica): nella seconda sezione Patañjali si rivolge a chi non è spiritualmente evoluto, mostrandogli e spiegandogli qual è la via da seguire per diventarlo. Vengono menzionate otto discipline dello yoga e il come queste servono al praticante per ridurre al minimo le sofferenze.

  • Vibhuti pada (sulle proprietà e sui poteri): nella terza sezione si parla dei doni che i praticanti possono sperimentare e di come si dovrebbe rimanere lontano dalle tentazioni continuando il proprio cammino.

  • Kaivalya pada (sull’emancipazione e la libertà): nell'ultima sezione del testo vengono esposti i problemi filosofici che i praticanti devono affrontare durante lo studio e la pratica dello Yoga.

 

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Lo Yoga, spiega Patañjali, è la comprensione della sostanziale non dualità della realtà. 

L’illuminazione di cui tanto si parla si verifica quando il soggetto, l’oggetto e l’atto del ricercare sono compresi come essenzialmente unitari.

Yoga (unità, unione) avviene quando non esistono più né “io” né “tu”, ma esiste soltanto una coscienza che è consapevole del Tutto.

Secondo Patañjali, la mente razionale non può comprendere questa fondamentale Unità. Ecco perché serve lo yoga. Infatti egli definisce lo yoga anche come "citta vritti nirodha" (YS 1.2), cioè la “cessazione delle fluttuazioni della mente”. L’assenza di pensiero permette a “colui che vede di accettare il suo stato naturale” (YS 1.3).

gli 8 LIMBI dello yoga

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Che tu voglia chiamarli passi, limbi, step, braccia, gradini o stadi, eccoli qua!

Puoi anche immaginare che siano otto grandi e luminose luci che, passo dopo passo, illuminano il proprio cammino nello Yoga - Sadhana (pratica personale) - portando all'Illuminazione suprema. Semplicemente, vediamoli come linee guida per una vita vissuta con proposito e dedizione. Sono la struttura portante della pratica dello Yoga. Un cammino in cui ogni elemento è importante per arrivare alla connessione di se stessi con il divino e con il Tutto.. Per comprendere il cammino, bisogna comprendere i passi da seguire.

  1. Yama | Principi etici e morali nei confronti del mondo esterno

  2. Niyama | Principi etici e morali nei confronti di se stessi

  3. Asana | Posture fisiche

  4. Pranayama | Controllo della respirazione e del pranayama (energia)

  5. Pratyahara | Ritiro dei sensi

  6. Dharana | Concentrazione

  7. Dhyana | Meditazione

  8. Samadhi | Stato di profonda concentrazione che porta alla coscienza superiore

Approfondiamo ancora un po'!

👇🏼

1
YAMA

Principi etici e morali nei confronti del mondo esterno

Che senso ha lavorare sul nostro corpo e la nostra mente, se poi non sappiamo stare con altre persone e a contatto con il mondo esterno?

Principi etici e morali nei confronti del mondo esterno:

  1. Ahimsa: Non violenza. Evitare di ferire gli altri con pensieri, parole o azioni

  2. Satya: Essere sinceri e onesti. Uso benevolo della parola

  3. Asteya: Non rubare. Non desiderare ciò che è di altri. Non appropriarsi di ciò che non ci appartiene, sia in senso fisco che mentale

  4. Brahmacharya: Continenza sessuale. Conservare/non sprecare il fluido vitale

  5. Aparigraha: Non accumulare (apprezzare ciò che si ha). Non avidità nel possedere

2
NIYAMA

Principi etici e morali nei confronti di se stessi

Il secondo passo abbiamo detto che è un cammino interno, attraverso la nostra relazione con noi stessi. 

  1. Saucha: Pulizia (purificazione interna e esterna). Se il corpo è il tempio dell’anima, è su di esso che dobbiamo in primo luogo agire per purificarci. Attraverso l'igiene, la pratica di asana, pranayama e meditazione, seguendo una dieta sana ed equilibrata e circondandoci di persone, luoghi, arredamento e trasporti privi di impurità.

  2. Santosha: Accontentarsi ed essere contenti. La felicità reale si ottiene quando si smette di desiderare ciò che non si possiede, soprattutto le cose materiali. Una ricompensa materiale (una casa più bella, un’auto più potente, abiti più alla moda) regalano una gioia passeggera, effimera. Bisogna acquisire la consapevolezza che è l’Universo a donarci ciò di cui abbiamo bisogno. Come coltivare Samtosha? Attraverso la capacità di vivere il momento presente, perché solo nel momento presente la nostra mente è libera da desideri, paure e rimpianti. Anche quando pratichiamo yoga non accaniamoci per eseguire la posa perfetta, ma siamo soddisfatti di ciò che abbiamo ottenuto.

  3. Tapas: (auto)disciplina. Questo principio ha a che fare con il migliorare la nostra forza di volontà. Come? Facendo ciò che non si vorrebbe fare o viceversa. Per esercitarlo possiamo fare, per esempio, quello che è il fioretto nella tradizione cattolica: rinunciare a qualcosa che piace per un periodo di tempo. La disciplina alimenta un fuoco interno che brucia le impurità fisiche e mentali mentre consolida la forza di volontà. Anche mantenere una posizione yoga (eseguita consapevolmente e non meccanicamente) è un’espressione di tapa, poiché significa trattenersi dal muoversi e guardarsi intorno.

  4. Svadhyaya: Studio di se stessi e di testi sacri e spirituali. Analizzare se stessi, la propria vita, i propri errori e le proprie debolezze è un’esplicazione di ciò che è Svadhyaya. “Chi sono io?”, è la domanda essenziale di questo niyama che ci induce a contemplare la nostra vera natura divina. Svadhyaya prevede anche lo studio di testi sacri e spirituali che possono farci da guida nella nostra ricerca interiore.

  5. Ishvara Pranidhana: Arrendersi al divino. Devozione verso qualcosa di più grande. Non credere in una rappresentazione antropomorfica di Dio per accettare che esista un disegno divino. Secondo Patañjali, lo scopo dello yoga è rinunciare al Sé e alla nostra natura egocentrica per affidarci ad una forza più elevata. A questo si deve ispirare la nostra pratica di yoga perché sia sacra e piena di grazia, di pace e di amore.

3
ASANa

Posture fisiche

Quando ti dicono che lo yoga è soltanto "un'attività fisica", raccontagli di questi otto limbi. La "parte fisica" dello yoga come vedi è soltanto uno dei passi di questo intenso e lungo percorso. E pensa che sono pochissimi gli esseri umani che riescono a completarlo. In India si parla di persone, anime che, una volta completato questo cammino, vanno a vivere la loro vita in solitaria tra le montagne e trascorrono il loro tempo a meditare e a essere in pace con se stessi senza bisogno di niente. 

Nonostante sia elencata come terzo “ramo”, la pratica delle posture (āsana) rappresenta per il sādhaka (aspirante spirituale – studente) la porta di ingresso, l’inizio della sādhana (disciplina spirituale) nell’ottuplice sentiero dello Yoga. Attraverso l’esperienza fatta durante la pratica, si è automaticamente portati a sentire, comprendere e sviluppare anche i primi due rami dell’Ashtanga che riguardano i principi di condotta: yama (comportamento verso gli altri e verso il mondo esterno) e niyama (comportamento verso se stessi).

 

Dunque, asana: una volta compresi i precetti esterni ed interni, si passa al movimento, da intendersi nella sua accezione più pura, ovvero come pulizia del corpo attraverso le asana, le posizioni di yoga che hanno come scopo quello di pulire le nadi (i canali energetici del corpo) e fare in modo che l’energia fluisca generosa dentro il corpo. “Il corpo è il mio tempio, le asana sono le mie preghiere”. (Iyengar)

4
PRANAYAMA

Controllo della respirazione e del prāna (energia vitale)

Definire il Pranayama come “esercizi respiratori” è estremamente incompleto. Il termine Pranayama raccoglie tutte le tecniche di respirazione che hanno come obiettivo quello di far confluire le energie per liberare far scorrere il prāna, la nostra linfa vitale. Per prāna in senso generico possiamo intendere l'unione di tutte le energie vitali dell'Universo. 

Secondo la tradizione indiana, ma non solo, esistono cinque elementi in natura (Terra, Acqua, Fuoco, Aria, Etere) che sperimentiamo nella quotidianità sempre unite e miscelate tra loro. Secondo lo yoga, ciò che caratterizza la vita è la sua capacità di attrarre, accumulare e trasformare il prāna per permetterci poi di agire. Durante le tecniche Prānāyāma entriamo in contatto con la “aria pura”, intesa come elemento, nella sua forma più pura ed originaria. Questo è possibile grazie all’attivazione di Vishudda Chackra (il 5° chackra – gola) che in questo caso purifica l’aria esterna in modo tale da farla entrare nel nostro sistema nella sua forma originaria chiamata Prāna.
Definire il Pranayama come “esercizi respiratori” è estremamente limitante.

 

Pranayama significa introdurre la forza sottile vitale attraverso: rechaka (espirazione), puraka (inspirazione) e kumbhaka (ritenzione). Questi tre Kriya praticati insieme ai tre Bandha (Mūla, Uḍḍīyāna e Jàlandhara) definiscono il Pranayama.
Con la pratica del Pranayama la mente si fissa su un solo punto e segue il movimento del respiro. Controllando il respiro nei suoi tre momenti (rechaka, puraka e kumbhaka) è possibile orientare la mente in un’unica direzione. La mente diventa in questo modo adatta per la concentrazione. Il Pranayama non è solo uno strumento per stabilizzare la mente ma anche la via per la concentrazione. Il Pranayama quindi facilita la concentrazione mentale, aumenta il proprio livello energetico, rinforza gli organi sensoriali, calma la mente senza renderla instabile ma consentendole di raggiunge la concentrazione necessaria alla percezione del proprio Sé.

5
PRATYHARA

Ritiro dei sensi

Il ritiro dei sensi è lo stadio in cui si inizia a distaccarsi dagli input interni e/o esterni che arrivano alla nostra mente. I pensieri ci sono, così come i rumori, gli odori, i colori ecc e non si possono né annullare, né spegnere. Riportando però l’attenzione all’interno, possiamo diventare osservatori dei nostri sensi e di come interferiscono nella nostra vita.

6
DHARANA 

Concentrazione

Il prathyara apre le porte al Dharana: la concentrazione. Senza distrazioni esterne, è possibile concentrarsi su quelle interne rallentandone il flusso. In questo stadio la concentrazione su un oggetto, un'immagine, un suono o la ripetizione di un mantra, aiutano a sviluppare la concentrazione per una mente calma e distesa.

7
DHYANA

Meditazione

Meditazione significa: presenza senza sforzo e senza concentrazione. Con il termine meditazione, alias mindfulness, si fa riferimento ad un flusso ininterrotto di concentrazione che porta ad un livello superiore, dove la concentrazione stessa diventa uno stato naturale.

8
SAMADHI

Stato di profonda concentrazione che porta alla coscienza superiore

L’illuminazione, essere tutt’uno con il divino. Descritto come la fase dell’estasi e dell’illuminazione, il Samadhi è la connessione con il divino ed ogni cosa manifesta ed immanifesta. È la connessiona al Tutto, sentirsi uno con l’Universo. Il meditatore trascende se stesso e diventa la goccia del mare che non è separata dal resto, ma è un tutt’uno in continuo fluire.

Samadhi è il momento trascendentale di pura presenza, senza concentrazione, senza sforzo, lo stato naturale dell’essere.

 

Ricordiamoci che yoga significa unione. L’unione di corpo, mente e spirito. Lo yoga quindi è il supporto del praticante per ritrovare la connessione con se stesso e con l’Universo. 

Ashtanga (Vinyasa) YOGA

Abbiamo detto che secondo l'antica filosofia induista, la parola Ashtanga racchiude al suo interno un profondo significato: un percorso sul sentiero dello yoga fatto di otto passi fondamentali che fungono da linee guida per vivere una vita piena, in salute e che conduce verso l’autorealizzazione, aiutando a riconoscere gli aspetti spirituali della propria natura. Abbiamo anche detto che il termine Ashtanga si riferisce anche ad un importante stile di yoga ormai noto, apprezzato e praticato in tutto il mondo (Io lo amo) che ha radici molto profonde in India.

Conosciamolo meglio.

 

L'Ashtanga yoga nasce dall'antichissimo Hatha Yoga ed è noto anche come Ashtanga Vinyasa Yoga, per evidenziarne il suo carattere dinamico. Il termine vinyasa, infatti, rimanda ad un metodo dinamico, caratterizzato da una combinazione di respiro controllato e movimento, un movimento generato dalla ripetizione in serie di specifiche posture (asana). 

L'Ashtanga Vinyasa Yoga è diventato sempre più popolare e conosciuto nel mondo grazie al maestro Pattabhi Jois (1915-2009), formatosi presso l'Istituto Ashtanga Yoga di Mysore, nell’India meridionale, dove fu allievo del grande maestro Krishnamacharya, dal quale apprende e formula il suo stile dinamico e vigoroso. 

Il metodo Ashtanga oggi viene insegnato dal nipote Sharath Jois.

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Krishnamacharya & Pattabhi Jois

Krishnamacharya & Pattabhi Jois

Sharath Jois

Sharath Jois

IL METODO ASHTANGA VINYASA YOGA

le sei serie

Il sistema dell’Ashtanga Vinyasa Yoga comprende una Prima, una Seconda ed una Terza Serie. Quest'ultima a sua volta si articola in quattro sotto-sequenze denominate: avanzata A, B, C e D. Pensa che la sesta serie viene oggi praticata da un numero limitato di yogi.

Quindi, ricapitolando: le serie dell’Ashtanga Vinyasa Yoga in totale sono sei. Esse presentano alcune caratteristiche comuni, nel senso che una parte della pratica resta costante, mentre muta la parte che caratterizza ognuna di esse.

Solo quando il praticante è in grado di eseguire tutte e 6 le serie, ciascuna verrà praticata in sequenza per ogni giorno della settimana, mantenendo un giorno di riposo.

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La Prima Serie: Yoga Chikitsa

 

La Prima Serie è chiamata Yoga Chikitsa (chikitsa significa “terapia“) e la sua funzione è quella di disintossicare e purificare il corpo, renderlo forte e resistente e donare elasticità alle articolazioni e al tessuto corporeo. Essa costituisce la base per ulteriori livelli di pratica e richiede un certo impegno ed una certa costanza e dedizione. 

La Seconda Serie: Nadi Shodhana

La Seconda Serie o Serie Intermedia, è chiamata Nadi Shodhana (“pulizia dei nervi”) e purifica il sistema nervoso attraverso l’apertura e la pulizia dei canali di energia. Coinvolge la dimensione energetica proprio poiché attua la pulizia dei canali energetici e porta chi la pratica ad un livello superiore.

La Terza Serie: Sthira Bhaga Samapta 

La Terza Serie o Serie Avanzata, chiamata Sthira Bhaga Sampta (“serenità sublime” o anche “stabilità divina”), comprende quattro sotto-sequenze indicate come A, B, C, D che aumentano la forza e la grazia della pratica e richiedono un alto livello di flessibilità ed umiltà. Sthira Bhaga continua a rifinire e pulire il corpo energetico, portandolo ad uno stadio ancora più elevato. Essa richiede un alto grado di forza ed elasticità. Per poterla eseguire in ogni sua versione è necessaria molta, moltissima pratica, resistenza e, soprattutto, livelli più alti di umiltà, concentrazione e impegno.

Ogni livello deve essere del tutto stabilizzato e sentito proprio per poter passare a quello successivo e l’ordine della sequenza deve essere sempre meticolosamente rispettato. Ogni postura è una preparazione per quella successiva e permette di sviluppare la forza, l’equilibrio e la concentrazione necessari per proseguire.
Nella trasmissione del metodo, secondo la tradizione, è l’insegnante a guidare lo studente nella progressione alla conoscenza degli Asana.

ASHTANGA VINYASA YOGA
La pratica

Dicevamo che le classi di Ashtanga sono caratterizzate da un sistema specifico di una serie di asana, ripetute secondo un ordine rigoroso e ben preciso. Dicevamo anche le le sei serie, nonostante la differenza nell'intensità, presentano alcune caratteristiche comuni, con una parte della pratica che resta costante.

In tutte le serie, la pratica di Ashtanga Yoga inizia con un mantra di apertura - tratto da Yoga Taravali di Adi Shankara (VIII secolo d.C.) - e termina con un mantra di chiusura - Mangala mantra, che fa parte dei Shanti mantra tratti dal Rg Veda.

 

La sequenza inizia con due tipi di Surya Namaskara (Saluti al Sole): A (9 asana, samasthiti esclusa) e B (17 asana, samasthiti esclusa).

Ogni Saluto al Sole va eseguito da un minimo di 3 ad un massimo di 5 ripetizioni.

 

Con i Saluti al Sole si scalda il corpo, si crea il ritmo calmo del respiro, si iniziano ad utilizzare bandha ("blocchi energetici" che promuovono il flusso di energia) e drishti (“sguardo focalizzato” per sviluppare la concentrazione e il senso di autoconsapevolezza), a cui fanno seguito, in ordine:

  • una sequenza di asana in piedi, chiamate asana fondamentali, che mettono in equilibrio il corpo fisico e quello energetico

  • una sequenza di asana sedute

  • una sequenza di asana di chiusura che guida chi pratica erso un “apice energetico”, andando ad attenuare il respiro (ujjayi), i bandha e la drishti che si volge all’interno.

La sequenza si conclude sempre con il Savasana, la posizione del cadavere, durante la fase di rilassamento.

YOGA CHIKITSA

Non preoccuparti, la Serie nella quale ti accompagnerò e che praticheremo insieme sarà la Prima, Yoga Chikitsa.

Chikitsa significa terapia. Questa serie, infatti, è considerata una vera e propria terapia che serve per donare equilibrio al corpo e alla mente, disintossicare e purificare il corpo e renderlo più forte ed elastico.


È una sequenza di 75 asana con un ordine preciso e rigoroso.
Le Asana di norma si mantengono per cinque respiri. Anche in questo caso, la classe si apre e si chiude con due mantra (di apertura e di chiusura).

Tra i due: due Saluti al Sole (Surya Namaskara A e B) ciascuno eseguito da un minimo di 3 ad un massimo di 5 ripetizioni, una sequenza di asana fondamentali in piedi, una sequenza di asana sedute, e una sequenza di asana di chiusura che si conclude con Shavasana.


Importante e fondamentale per è l’uso cosciente e corretto del respiro (Ujjayi), i sigilli energetici (bandha), il punto in cui ci si focalizza con gli occhi (drishti) e la sincronicità di movimento e respiro (vinyasa), qui utilizzato come transizione.

La prima serie diventerà una meditazione in movimento, che fortifica la mente e il corpo, mentre lo ripulisce dalle tossine.

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